Recensione di: Frankenstein (2025)

Regia: Guillermo del Toro

Cast: Jacob Elordi, Oscar Isaac, Mia Goth, Christoph Waltz, Charles Dance, David Bradley

Foto di: IMDb

Trama:

Un egocentrico ma brillante scienziato dà alla luce una creatura nel corso di un esperimento, che rischia di mandare in rovina l’inventore ed il mostro.

 

Introduzione:

Quando ormai due anni fa Netflix annunciava questo nuovo progetto con Del Toro in cabina di regia rimasi folgorato ed estasiato. E a farmi rimanere così colpito fu specialmente un elemento: la passione che brillava negli occhi del cineasta messicano. Perché non tutti conoscono l’amore del regista per il classico gotico firmato da Mary Shelly (Frankenstein: Il Moderno Prometeo, 1818) ed è questa passione quasi maniacale ad aver permesso a quest’ennesima rappresentazione cinematografica su uno dei primissimi mostri della storia ad essere migliore rispetto alle precedenti. 

 

Era il film che attendevo di più del 2025 dopo Superman di Gunn? Assolutamente sì e l’hype che avevo è stato ripagato appieno donandomi 2 ore e 30 minuti di pura magia, di spettacolo scenico. Del Toro ci dona una creatura da approfondire, con la quale si empatizza e dona qualcosa che da tempo mancava a Netflix ma anche al cinema da sala ovvero la passione per un soggetto e la maniacalità che porta con sé l’amore verso qualcosa.

 

Del Toro in questa sua versione non cerca di spaventare lo spettatore come se stesse trattando un horror classico ma bensì cerca di analizzare i rapporti tra i vari personaggi e la loro psicologia contorta e macabra spostando l’attenzione dello spettatore non sul mostro ma su cosa si nasconde dietro ai vari pezzi di cadavere ricuciti.

Foto di: Out now

Recensione:

Il film si presenta come l’ennesima trasposizione del mostro di Mary Shelly solo che auspica a qualcosa di più e fin dall’incipit lo si intuisce. Difatti l’ultima fatica di Del Toro si apre con una scena che spinge lo spettatore nel pieno dell’azione partendo quasi dalle battute finali per poi diramarsi nel racconto della storia da due punti di vista: dapprima il punto del Dottor Victor Frankenstein e in seguito quello della creatura. 

Il punto di vista di Victor parte dalla sua infanzia e fin dal principio il regista messicano insiste sulla difficoltà di rapportarsi dei vari personaggi. Del Toro prende il personaggio di Victor e lo lega alla figura materna (Mia Goth) in maniera quasi morbosa e crea un rapporto spaccato con il padre (Charles Dance). Le figure genitoriali di Victor creano la sua persona e creano la sua ambizione (superare il padre come chirurgo perché lascia morire sua madre).

Si vede fin da subito che l’evento della dipartita materna crea in Victor la volontà di espandere i confini della vita. 

L’aspetto psicologico di Victor e fin da subito preponderante e la cosa che risalta fin dall’inizio è il suo egocentrismo e la sua superbia. La gioventù Del Toro la fa diventare l’espediente perfetto per “giustificare” e rendere quasi giustizia alle azioni del personaggio interpretato da Oscar Isaac. Nel corso del film Victor si interfaccia con diversi personaggi ponendo sempre una maschera davanti al suo volto.

Con il personaggio interpretato da Waltz mostra solo il genio brillante, nascondendo la parte burbera che si svelerà solo in un momento quasi determinante del secondo atto.

Con Elizabeth (Mia Goth) invece mostrerà solo la parte affascinante del suo carattere ma presto lei capirà il viscidume che nasconde e le sue intenzioni smascherandolo per prima. 

 

Infine il rapporto con la creatura sulla quale Del Toro insiste particolarmente ponendo prima la creatura in un rapporto quasi paterno con il suo inventore e man mano che la narrazione procede si nota chiaramente come il rapporto si evolve quasi nella medesima maniera che vedeva protagonista il rapporto tra Victor e suo padre, arrivando quindi quasi all’odio e alla rinnegazione. 

 

Del Toro lavora in maniera quasi impeccabile sull’evoluzione dei personaggi ponendo a specchio l’inventore (che durante il film diventerà sempre più mostruoso e difficile da giustificare subendo un decrescendo sempre più vertiginoso e rapido) e la creatura (che cerca il suo posto nel mondo, non seguendo l’ambizione ma cercando la bontà e la redenzione per ciò che è). Inoltre il loro rapporto muta e diventa sempre più spigoloso e sempre meno unito arrivando al punto di scontro tra i due. 

Per tutta la sua durata la pellicola insiste molto sulle maschere e su come scegliamo di apparire, Victor nasconde la sua superbia arrivando a uccidere chi la scopre o la indaga. 

All’opposto c’è la creatura che vuole solo essere compresa e amata e il suo desiderio amoroso lo spinge a chiedere al suo inventore una compagna che possa vivere nell’immortalità con lui. Ed è proprio questo il punto che fa nascere la disputa tra i due. 

L’evoluzione del mostro non si ferma solo al rapporto che istaura con gli altri ma trova spunti anche nel suo vestiario che evolve con le sue fasi di vita. Dapprima in fasce come un neonato e in seguito coperto da un cappotto sempre più logoro e sporco quasi a rappresentare il suo viaggio e le pene che deve soffrire per il semplice essere diverso. 

Sono trascurati ahimè i rapporti tra i genitori di Victor e passa troppo in secondo piano il rapporto che lega Victor e suo fratello. Il rapporto tra i due è quasi visto come non dispensabile ma in realtà nei pochi spazi che si ritaglia dimostra un potenziale incredibile che mi dispiace non sia stato usufruito e ampliato. 

Il rapporto amoroso tra il personaggio di Mia Goth e il fratello di Victor è superficiale al limite, non ha mai dei picchi. Sembra sempre un semplice espediente narrativo per presentare dei personaggi e dare seguito a delle sottotrame.

 

Entrambi i punti di vista analizzano aspetti molto intimi dei personaggi e come nel racconto di Victor pure la creatura tiene a raccontare la sua evoluzione che si pone in totale contrasto con quella del suo inventore. Come detto in precedenza se quella del personaggio interpretato da Isaac la possiamo definire come un decrescendo, quella del mostro nato dalla penna di Shelly la possiamo a tutti gli effetti definire un’alba fatta di piccoli momenti di dolcezza che sommati creano l’umanità della creatura. 

Inoltre, i diversi incontri generano in lui uno spettro di emozioni che maturano con il personaggio.

Naturalmente non tutti i personaggi hanno pari evoluzione. Un personaggio troppo bistrattato è sicuramente il fratello di Victor che risulta sempre superficiale e mai veramente trattato con cura. Nei momenti che appare in scena risulta un’ombra, ha troppo poco spazio.

 

Le sottotrame sono presenti ma spesso trattate con troppa fretta e velocità quasi a voler snellire il tempo di esecuzione. Viene tagliato troppo il rapporto lussurioso tra Elizabeth e Victor che risulta quasi una folata di vento. Altra sottotrama non ampliata abbastanza è l’interesse che quasi svanisce del personaggio di Christoph Waltz verso l’invenzione di Victor, il passaggio è spiegato, non fraintendete, ma è trattato velocemente. 

Notevole il trucco che circonda questo mondo fantastico. Il lavoro fatto sulla creatura è magnetico, glaciale, terrificante. Il blu glaciale fa capire perfettamente la natura cadaverica del mostro. Non dona realismo ma rimanda al mondo delle favole (elemento caratteristico e tipico del cinema di Del Toro) e dona un aspetto meno mostruoso al personaggio di Elordi. 

Da brividi anche la colonna sonora che aumenta la percezione del surreale tetro che il film vuole trasmettere. Brani che si sposano alla perfezione con i momenti nella quale sono chiamati in causa donando dinamicità alle scene e rendendo la pellicola un’esperienza a 360 gradi. 

Alexandre Desplat (famoso per aver composto la colonna sonora, tra le altre, di Harry Potter e I Doni della Morte e per aver collaborato con del Toro già per la precedente collaborazione tra il cineasta messicano e il colosso dello streaming: Guillermo del Toro’s Pinocchio) lavora in maniera stupenda con la sezione degli archi che creano tensione quando si sente la necessita, creano un tappeto romantico quando serve e creando giochi stupendi di sali e scendi per donare velocità alle scene. Dipingono quasi una composizione perfetta che non stanca l’orecchio dello spettatore ma anzi esalta le scene e permette allo spettatore quasi di fare un’analisi psicologica ai vari personaggi che crescono con la musica, adeguando le loro azioni ad essa. 

Inoltre, la musica funge quasi da strumento per capire la complessità psicologica dei personaggi principali sceneggiati dal regista messicano.

Trova uno spazio centrale il dialogo che molte volte risolve passaggi difficili (non sempre però la scelta risulta azzeccata, anzi spesso e volentieri potrebbe far annoiare lo spettatore che vorrebbe vedere di più e darsi la possibilità di scoprire lati nascosti dei personaggi). Ciò non toglie che tutti gli scambi di battute risultano profondi, mai banali o scontati e riescono menomale sempre a bilanciarsi con le scene cinematografiche senza spiegare fino allo svenimento gli stessi concetti. 

Se guardato in originale il film mostrerà la grandezza attoriale di tutti i componenti del cast. Partendo dall’ottima interpretazione di Isaac che si cala alla perfezione nei panni dello scienziato egocentrico e accecato dall’ambizione, passando per Elordi (che anche grazie alle sue capacità di recitazione fisica) riesce a dare vita ad una creatura che evolve e riesce a commuovere. Nota di merita per Mia Goth che nelle poche scene dove è chiamata in causa riesce a trasportare tutte le emozioni del suo personaggio. Sarebbe superfluo parlare delle doti attoriali di mostri sacri come Christoph Waltz o Charles Dance che anche questa volta si mostrano in una forma sgargiante. 

Conclusione:

Il film è oggettivamente bello. Ha carattere ed è un film che analizza la natura umana in una maniera lodevole, cerca sempre di guardare oltre l’apparenza, oltre le maschere che i personaggi si mettono.

Si sente tutto l’amore di Del Toro per la controparte cartacea e il regista mette la sua mano cercando di estrapolare il massimo e adattandolo alla sua narrativa fiabesca. Componente che persiste in tutto il film creando una sorta di realtà gotica piena dell’espressività tipica del cineasta messicano. Probabilmente Frankenstein di Del Toro è il film che, dopo Il Labirinto del Fauno (2006), rappresenta meglio il suo cinema. 

Penso che il sentimentalismo di Del Toro verso questo progetto si senta e riesce ad arrivare anche al cuore dello spettatore che non può non provare sentimenti positivi verso il film e le sue componenti. 

La pellicola è molto buona ma non è esente da difetti che però non minano l’opera complessiva. Il mio voto è un 8 solido. Il film nella sua interezza è solido ma molto del suo potenziale viene sprecato cercando di semplificare passaggi difficili che ampliati avrebbero solo giocato a favore del prodotto. 

A cura di Alessandro Molteni 

Foto di: Corriere della sera 

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