Recensione di: Marty Supreme (2025)

Regia: Josh Safdie
Cast: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Tyler the Creator, Abel Ferrara 
 

Trama:
L’ascesa nel mondo del ping-pong da parte di Marty Mauser (Timothée Chalamet), un umile venditore di scarpe, segnata dalla criminalità e dalle difficoltà della New York degli anni ’50. 

Foto di: Cineman

Introduzione:
Quando il film uscì nelle sale cinematografiche devo ammettere non esser stato particolarmente ammagliato o interessato al prodotto. Sarà che sono sempre stato poco interessato a Chalamet come attore, sarà che del ping-pong mi è sempre interessato poco nulla, sarà per la grande aspettativa che si aveva su questo film, ma io non ero particolarmente interessato a ciò. Inoltre, la campagna marketing tanto discussa dove si metteva in risalto la bravura di Chalamet nell’indossare i panni del pluripremiato Marty Mauser mi aveva addirittura messo antipatia verso il protagonista della pellicola. 


Come mai sono andato a vedere il film? Nonostante tutto le recensioni della stampa specializzata lo osannavano e preso dalla noia, un sabato sera, ho deciso di recarmi in sala a vederlo, senza aspettative, senza un vero interesse. 

Foto di: The Guardian

Recensione:

Nonostante l’interesse sotto le scarpe ero pronto a farmi stupire dall’opera di Safdie ed ero anche pronto a rivalutare Chalamet come attore, che sia chiaro esser bravissimo, ma non il tipo di attore che apprezzo. Un attore che mantiene sempre il ruolo del bello, ma dannato, del buono, ma con un tratto di arroganza e strafottenza. E nonostante il ruolo che interpreta nel film non sia particolarmente diverso dagli altri impersonificati, in quest’opera non mi è dispiaciuto. 


Il personaggio è accompagnato da una trama che all’apparenza sembra piatta e noiosa, ma che in realtà si concretizza in un risultato quasi epico. E riesce in ciò alternando la trama sportiva alla narrazione del crimine della New York degli anni ’50. La sua frammentazione, infatti, permette di appassionare lo spettatore a uno sport di nicchia come il ping-pong, che effettivamente non è il fulcro della narrazione, ma solo un mero fine che Marty vuole raggiungere. 


Lo sviluppo della trama è frenetico, quasi al corrisposto della vita di Marty. Il ping-pong spesso si trova a far spazio alla vita malavitosa del giovane campione di tennis tavolo. Inoltre, durante tutto il percorso narrativo vengono introdotte diverse sottotrame che donano tridimensionalità all’opera di Safdie. Tutto riesce a trovare una conclusione narrativa rendendo il film veramente piacevole.


Tuttavia, non sempre le varie scene risultano ben collegate e capita che la sua evoluzione risulta avere troppa carne al fuoco.  


Film con una trama divisa in atti ben distinguibili che fungono da elemento di crescita per i vari personaggi che giungono tutti quanti alla consapevolezza dell’essere e del loro ruolo.


Trama arricchita dai vari personaggi dalle mille sfaccettature che trovano una costante crescita. Partiamo proprio dall’eccentrico protagonista interpretato da Chalamet: Marty trova nel primo atto del film una voglia irrefrenabile di partecipare agli Internazionali di ping-pong, non per il denaro in palio, ma bensì per l’amore verso lo sport. Nel secondo atto invece la situazione cambia: Marty diventa ossessionato dalla ricchezza; tanto da sedurre un’ex attrice (Gwyneth Paltrow) solo per il lusso sfrenato che questa donna può permettersi e per il mondo che la circonda. Il terzo atto che funge da conclusione del suo cerchio narrativo elevandolo alla consapevolezza e alla redenzione per i suoi errori, dandoli il motto del riscatto personale. 
Lo stesso discorso lo si può applicare per la gran parte dei personaggi: prendiamo come esempio Wally (Tyler, The Creator), il suo personaggio si lega in maniera quasi morbosa a Marty, tanto da rischiare la propria vita e perdere l’unica fonte di sustentamento per lui e la sua famiglia. Con lo scorrere del secondo atto, che lo vede dividere lo schermo con Chalamet, arriva alla consapevolezza che tutto ciò che tocca Marty diventa fumo e sceglie, dopo eventi devastanti, che è meglio dimenticare il passato e non rimanere legato ai ricordi di gioventù passati. E si ritorna dunque al parallelismo con la crescita in 3 atti, che nel caso specifico si concretizza nei minuti dedicati a Wally.


Non tutti i legami, tuttavia, sono trattati bene come quello tra Marty e Wally. Infatti, durante la pellicola i rapporti tra i personaggi secondari non viene mai veramente sfruttato. Sembra quasi che tra di loro non si conoscano. Se non fosse per alcuni dialoghi che rimandano a relazioni tra i vari membri secondari, il film non mostra quasi mai interazioni. Inoltre, diversi personaggi annunciati nel film e che avrebbero anche un ruolo significativo nel percorso di crescita del protagonista, non vengono mostrati, ma come spesso accade nel cinema moderno si sceglie di spiegare il passaggio e annoiare lo spettatore. 


Apprezzabili i dialoghi che, seppur con qualche ripetizione della trama, risultano scorrevoli e piacevoli. I dialoghi che apprezzano i valori dei vari personaggi mettendo in evidenza i loro fini e i loro scopi.


Il lato che gioca maggiormente a favore del film di A24 è senza ombra di dubbio la grande abilità recitativa dei singoli membri del cast. E partiamo a parlare di questo aspetto dal nome più altisonante della troupe: Timothée Chalamet. Il personaggio di Marty non si sposta troppo dal classico ruolo ricoperto dall’attore tre volte nominato dall’Academy, infatti, il campione di ping-pong è un ragazzo arrogante, altezzoso, gradasso. Un uomo che probabilmente si cercherebbe di evitare, ma in questa sua prova devo dire esser riuscito ad incanalare meglio i tratti del personaggio, dandoli maggiore profondità. Quest’ultima caratteristica data soprattutto dal lavoro che Chalamet ha impiegato dietro la sola recitazione. L’attore franco-americano per interpretare al meglio Marty Mauser ha lavorato per anni sulle sue abilità nel tennistavolo, arrivando ad affinare le sue skill. Inoltre, riesce a creare un legame empatico con il suo personaggio, riuscendo così ad evidenziare il lato più docile del personaggio. 
Sarebbe superfluo dire che l’interpretazione di Chalamet lo mette sicuramente in una posizione favorevole per gli eminenti Oscar.
Altra interpretazione lodevole è sicuramente quella di Gwyneth Paltrow che riesce ad incarnare alla perfezione l’altezzosità dell’attrice Kay Stone. Inoltre, la chimica che viene a crearsi con Chalamet risulta reale e trasporta lo spettatore nel legame quasi tossico tra i due.

 

Non particolarmente memorabile la colonna sonora. Non riesce a ricreare l’ambiente della New York degli anni ’50, mancano le tonalità Jazz che caratterizzavano la Grande Mela di quegli anni. Inoltre, spesso le note musicali non rispettano la suspence alla quale punta la scena, smorzando il ritmo della narrazione. Risulta spesso troppo distante da quanto messo in scena.

Foto di: Arttv.ch

Conclusione:

Siamo davanti al campione degli Oscar? Secondo me no, per quanto il film sia un buon prodotto, secondo me, è lontano da altri film e da precedenti vincitori dell’ambita statua. Ed è lontano soprattutto per determinate dinamiche non spiegate e lasciate a sé stesse. Nonostante ciò, il film funziona e funziona soprattutto grazie al carisma di Chalamet e grazie a questa narrazione frammentata che rimesta diversi generi, rendendo il film non un biografico sportivo, ma un vero e proprio connubio di generi. Probabilmente la forza della pellicola consiste proprio in ciò, il non polarizzare il film sull’aspetto puramente sportivo, ma vedere Marty anche nelle sfaccettature più nere della sua vita.


Il mio voto: 8. 

 

A cura di: Alessandro Molteni

Pubblicato il: 22.02.26

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