Caso arbitri: sono semplicemente scarsi o è tutta malafede?
La prima parte di campionato si è contraddistinta principalmente per due fattori: la lotta per i primi posti in classifica e i continui scandali arbitrali.
Ormai è diventato quasi normale assistere a un episodio controverso a ogni giornata. È evidente che questa tendenza debba essere interrotta: per un campionato di alto livello come quello italiano è fondamentale poter contare su una classe arbitrale capace di gestire le partite con competenza e uniformità.
Il problema principale riguarda il metro arbitrale. Un determinato episodio può essere giudicato fallo in una partita e lasciato correre in un’altra: una discrepanza inaccettabile. Le società si aspettano che tutte le gare vengano dirette secondo gli stessi criteri e che le decisioni, anche quando risultano sbagliate, siano comunque coerenti ed eque. Attualmente, invece, manca completamente un’uniformità di giudizio.
Prendiamo uno degli ultimi casi: il fallo su Koné prima del gol del Napoli. Le interpretazioni possono essere contrastanti, ma il vero problema è che una decisione di campo dovrebbe essere chiara e inequivocabile. L’arbitro ha giudicato il contrasto regolare, ma siamo sicuri che un altro direttore di gara avrebbe preso la stessa decisione? Fischiare quel fallo può essere giusto o sbagliato, ma non può esistere una situazione in cui non si riesce a stabilire una linea comune. Il tema dell’uniformità va affrontato e risolto al più presto.

foto di: RomaPress
Un altro caso emblematico è quello di Milan–Lazio, partita disputata nella stessa giornata di Roma–Napoli. La decisione di non concedere il rigore per il fallo di Marušić è stato un semplice errore o un tentativo di “coprire” il collega al VAR? Inizialmente l’arbitro non concede il penalty, poi viene richiamato alla review. Dopo aver rivisto l’azione annuncia che il rigore sarebbe assegnabile, ma lo nega per un presunto fallo della Lazio sul difensore del Milan: un contatto oggettivamente inventato e inesistente. L’interpretazione più diffusa è che l’arbitro non ritenesse corretto concedere il rigore neppure dopo la revisione; per giustificare però l’intervento del VAR e non smentire apertamente il collega, avrebbe sostenuto l’esistenza di un fallo precedente in attacco. Così facendo, ha evitato di concedere il rigore senza mettere in evidenza l’errore iniziale del VAR. Se questa lettura corrispondesse alla realtà, ci troveremmo davanti a uno scandalo vero e proprio: inventarsi un fallo per proteggere un collega è una scelta inaccettabile. In questo caso l’arbitro avrebbe, di fatto, scelto consapevolmente di sbagliare.
Tuttavia questa versione viene smentita dagli audio della conversazione tra arbitro e VAR che sono stati resi pubblici dall’AIA: il direttore di gara assegna il calcio di punizione per il fallo in attacco nonostante il collega sia un po’ dubbioso per questa sua scelta. Le parole esatte pronunciate dal VAR sono “Lui sta davanti però secondo me, comunque è una scelta tua”. Questo dimostra l’incompetenza della classe arbitrale: la decisione era ovviamente molto complicata da prendere e aveva un peso enorme, considerando che era il 100’ minuto e che valeva molto anche a livello di classifica, però non è possibile che un arbitro di Serie A sbagli una valutazione del genere in questa maniera e non ascolti neanche minimamente il parere del collega.

foto di: AIA
Altro enorme problema è quello della compensazione: per “rimediare” a un errore precedente, l’arbitro tende a commetterne un altro, a favore della squadra penalizzata in precedenza. È ciò che sembra essere accaduto in Lazio–Juventus: prima la mancata espulsione di McKennie per doppia ammonizione e, pochi minuti dopo, la mancata concessione di un rigore evidente ai bianconeri come compensazione dell’errore iniziale. Ancora più grave è il comportamento del VAR, che non è intervenuto per segnalare l’episodio del rigore. Viene quasi da pensare che il principio della “compensazione” sia accettato, se non addirittura insegnato. Questo atteggiamento dimostra una grave mancanza di personalità della classe arbitrale e rafforza l’idea che spesso gli arbitri scelgano consapevolmente di prendere decisioni errate.
Nonostante le sospensioni che colpiscono di volta in volta i direttori di gara, la situazione non sembra migliorare. L’atmosfera diventa sempre più tesa e la pressione sugli arbitri aumenta, portandoli inevitabilmente a commettere ulteriori errori.
Una soluzione deve essere trovata, e in fretta: se l’andazzo rimane questo, la classe arbitrale rischia seriamente di compromettere la regolarità del campionato. Quello che tutti noi tifosi ci auguriamo è che questi errori siano esclusivamente frutto di incompetenza o pressione, e non il risultato di malafede o, peggio ancora, di un tentativo di pilotare la classifica.
A cura di Alessandro Albanese
Pubblicato il: 08.12.2025
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