Recensione di: Una Figlia (2025)

Regia: Ivano De Matteo

Cast: Ginevra Francesconi, Stefano Accorsi, Michela Cescon, Beatrice Puccilli

foto da: trailer ufficiale 

Venerdì 21 novembre ho avuto il piacere di partecipare alla visione di “Una figlia”, film presentato Fuori Concorso al festival di Castellinaria, con la presenza in sala del regista e della sceneggiatrice.

 

Ma di cosa parla “Una figlia”?                                                                                                                                                  

 

“Una figlia”, ispirato dal romanzo “Qualunque cosa accada”, racconta le vicende di Sofia, un’adolescente di Roma che si ritrova a vivere con il padre, Pietro, e la sua nuova compagna Chiara, dopo che la sua mamma muore in ospedale. Sofia e Chiara non vanno troppo d’accordo, Sofia sente la pressione di Chiara che si atteggia come se fosse sua madre. Il loro rapporto degenera una sera, quando Sofia presa da un istinto di rabbia uccide Chiara con un coltello da cucina. Da qui in avanti seguiamo la vita di Sofia nel carcere minorile, e poi in comunità. Il film tratta poi il rapporto col padre Pietro, che si ritroverà a dover mettere in pratica valori come comprensione e accettazione, dove il perdono non è scontato.

foto di: Filmitalia

Il film entra subito nel vivo, tant’è che non mi aspettavo di assistere all’omicidio di Chiara già nei primi dieci minuti di pellicola. Conosciamo i (pochi) personaggi della storia, Sofia, Chiara e Pietro. La scelta di avere così pochi personaggi l’ho subito apprezzata: avere pochi personaggi ti dà la possibilità di approfondirli meglio e di farli evolvere meglio. La protagonista, Sofia, l’ho trovata subito interessante, questo mi è piaciuto: si vede di rado una storia in cui ci viene portati ad immedesimarci in un omicida, e il tema è stato trattato nella maniera più delicata possibile. Dopo l’arresto di Sofia, seguiamo Pietro, che aiutato da una collega avvocato, iniziano ad agire in ambito legale. Sofia viene mandata in un carcere minorile, dove inizialmente si trova completamente fuori luogo. Percepiamo la sua sofferenza e il suo rimorso, quasi la capiamo. Il culmine di questo stato d’animo arriva una notte, quando Sofia tenta il suicidio con un lenzuolo, ma viene accorsa da due detenute, con la quale inizierà ad instaurare un rapporto. Pian piano inizia a sbloccarsi, partecipando alle attività ricreative nel carcere. Qui scopre di essere rimasta incinta da Manuel, il suo ragazzo (che vediamo brevemente solo ad inizio film). Inizialmente lei lo nasconde, ma un giorno, il padre, in visita nel carcere lo nota e tenta di costringerla subito ad interrompere la gravidanza. Sul piano legale però, l’avere una gravidanza potrebbe essere un modo per uscire dal carcere ed andare in comunità. Da qui seguiremo le vicende legali, fino ad arrivare al parto di Sofia, e al finale perdono di Pietro nei suoi confronti.

 

La sceneggiatura è forte, solida, e la regia sorprende con alcune sequenze davvero ben riuscite e strutturate. Un plauso a Ginevra Francesconi, l’attrice di Sofia, che ha dimostrato in più momenti le sue capacità, anche davanti ad un ruolo così difficile da interpretare come questo. Un’altra cosa che mi ha colpito sono state le musiche, sempre azzeccate e ben scelte. 

 

Il film si prende i suoi tempi per ogni cosa, è per questo che ho apprezzato meno il finale: il film non si conclude in modo esattamente chiaro. Vediamo Sofia sul letto dell’ospedale con il padre, appena dopo il parto della figlia. Sofia chiede a Pietro due cose, dopo aver realizzato che lui in realtà non riuscirà mai a perdonarla, siccome ancora parla di Chiara. La prima cosa che gli chiede è di sparire, ma la scena termina prima di sentire la seconda richiesta, che non è nemmeno ipotizzabile con gli elementi dati. Il film si conclude con un monologo di Pietro, in cui si realizza che un genitore prima o poi smette di fare il genitore, ma una figlia rimarrà per sempre una figlia.

Sul palco, il direttore artistico di Castellinaria Giancarlo Zappoli e la sua vice, e il regista Ivano De Matteo e la sceneggiatrice Valentina Ferlan (i due al centro)

Il film ti lascia con una sensazione (forse voluta) di incompleto. Quello che ho provato a fine visione, anche confrontandomi con chi ero in sala, era quella di aver appena visto un gran film, con tematiche importanti trattate nel modo giusto, ma che poteva prendersi più tempo sul finale.

 

Prima di lasciare la sala ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con il regista, Ivano De Matteo, che ringrazio per la disponibilità. Mi ha rivelato di aver voluto lasciare il finale così incompleto per lasciare che sia lo spettatore a trarre le sue conclusioni. Per concludere, mi sono fatto togliere una curiosità chiedendogli se cambia qualcosa nell’approccio con un attore giovane (come la Francesconi) ed attori più adulti ed affermati come Accorsi. Mi ha risposto che no, il suo approccio non cambia, perché già in fase di casting cerca attori giovani con cui potersi esprimere ed approcciare come fa con gli altri, e mi ha sottolineato la professionalità di Ginevra Francesconi fuori e dentro al set.

A cura di: Jona Arrighi

Pubblicato il: 24.11.25

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