Recensione di: Stranger Things 5 (2025)
Regia: Duffer Brothers
Cast: Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Noah Schnapp, Caleb McLaughlin, Gaten Matarazzo, Charlie Heaton

foto di: Libero
Trama:
19 mesi dopo gli eventi narrati nella stagione 4: Hawkins è messa in quarantena.
Nel mentre si prosegue la ricerca di Undici nel sottosopra.
Introduzione:
Sono passati 3 anni da quando ci avventuravamo l’ultima volta ad Hawkins ed erano esattamente 3 anni da quando venne annunciata quest’ultima stagione: la quinta. 3 anni dove le informazioni su questa fantomatica stagione sono state quasi nulle prima dell’annuncio ufficiale di inizio delle riprese promulgato da Netflix.

foto di: Radio Times
Recensione:
Devo ammettere che avevo aspettative alte su come una storia iniziata nel lontano 2016 si sarebbe conclusa e avevo hype su come avrebbero chiuso questa serie tv, in quale modo i protagonisti che tanto abbiamo amato in questo lungo lasso di tempo ci avrebbero salutato. E devo dire che le mie aspettative non sono state totalmente rispettate, o meglio: la prima parte mi aveva soddisfatto particolarmente, la seconda mi ha riportato con i piedi per terra e la parte conclusiva mi ha soddisfatto solo in parte per diverse ragioni.
Partiamo con un aspetto che ho amato nelle precedenti stagioni, ma che in quest’ultima non mi ha lasciato particolarmente folgorato: la trama.
Sarà la sua somiglianza con le precedenti 4, sarà per le varie discrepanze che quest’ultima riscontra, sarà per il tono di questa parte conclusiva, ma quest’ultima stagione l’ho trovata particolarmente traballante e debole. Mantiene il ritmo delle precedenti, lasciando lo spettatore sempre sul filo del rasoio e lavora bene i rapporti tra i vari membri del gruppo, ma trova diversi tasselli traballanti nella sua gestione.
Partiamo con la velocità quasi estrema con la quale si trattano gli indizi e le risoluzioni dei vari problemi che il gruppo trova. Spesso gli indizi non vengono nemmeno colti o cercati, sono semplici deduzioni fatte da un gruppo di ragazzini che si rivelano esatte, non sbagliano mai. Tutta la stagione si basa su deduzioni e casualità che spesso salvano il gruppo, ma senza una vera logica, un vero metodo (che erano aspetti caratterizzanti delle prime quattro stagioni). Le poche deduzioni fatte con il ragionamento e con una ricerca di indizi sono le parti che fungono da collante tra una deduzione casuale e l’altra (prendiamo l’esempio del wormhole dedotto da Dustin).
Spesso gli eventi succedono perché devono succedere, non c’è una vera ragione. Succedono perché altrimenti la trama si bloccherebbe e non si finirebbe da nessuna parte. Il che rende la narrazione stucchevole e noiosa da seguire. Esistono eventi ragionati e la loro venuta funziona e rende la trama scorrevole, interessante e seguire quei momenti riporta lo spettatore alle prime stagioni, quando gli eventi succedevano per una ragione.
Lo sviluppo della trama è meglio ragionata nella prima ondata di episodi (1-4, trasmessi il 26 novembre), dove si poggiano le basi per il gran finale, dove si riprendono i legami che ci hanno appassionato nei 9 anni precedenti, dove si ragiona sul sottosopra e su Vecna, per poi affievolirsi nella parte centrale (composta dagli episodi da 5 a 7, trasmessi il 25 dicembre) dove la trama punta solamente all’azione e ad una successione veloce e mal posta di eventi e concludersi in maniera discretamente buona nell’ottavo episodio (trasmesso il 31 dicembre).
La trama perde molto nel secondo blocco dove troviamo troppe deduzioni lasciate al caso, troppi eventi veloci che si susseguono e un problema di concordanza con le precedenti stagioni e con le vere abilità dei personaggi. Su velocizzano passaggi intermedi che, se approfonditi avrebbero dato tridimensionalità e spessore a quest’ultima stagione. Seconda parte che tuttavia riesce a tenere lo spettatore più sulle spine rispetto alla parte iniziale e al finale.
Vengono aggiunte sottotrame che, spesso, non trovano conclusioni alcune e rimangono solamente alleggiate, quasi da sfondo, come se non fossero importanti. Le sottotrame invece aggiunte dal principio trovano finalmente una conclusione che a volte è frenetica e veloce, senza approfondimenti, ma che riesce a chiudere un ciclo.
Un aspetto veramente negativo lo troviamo nello stretto legame che intercorre uno spettacolo a visione unica a Broadway e quest’ultima stagione. Le origini dell’antagonista e dell’origine del sottosopra. Un musical canonico, che tuttavia risulta inaccessibile al pubblico, ma che viene percepito come necessario. Questa dinamica crea un circolo vizioso e crea un problema di comprensione per lo spettatore.
Funziona molto bene il misto tra azione e tensione tipica di Stranger Things e che non smette mai di stupire e emozionare lo spettatore.
Il finale dal sapore dolce amaro, ma che funziona e anzi funziona bene. Permette a tutti i personaggi di concludere il loro ciclo e iniziare una vita normale, una vita che non comporti lo sconfiggere mostri e creature demoniache, ma che permetta di mantenere il rapporto instaurato proprio grazie a queste stranezze che hanno circondato la loro realtà più recente. I fratelli Duffer riescono a farci commuovere con delle semplici parole, che sì: fungono da spiegone, ma uno spiegone necessario per mettere sul tavolo tutte le carte e dare una quadra definitiva allo spettatore. Ho pianto per il finale? Ovvio che sì. Lo ammetto: ho versato qualche lacrimuccia.
Quest’ultima stagione, come le precedenti, lavora e punta tanto sui personaggi e sul legame affettivo che abbiamo stipulato in 9 anni con loro. Ritroviamo i personaggi che abbiamo lasciato 3 anni addietro e li troviamo turbati per come gli eventi della quarta stagione gli avevano lasciati. Troviamo ad esempio un Dustin più rabbioso, triste e tormentato dalla sua perdita, rabbioso anche verso i suoi amici, verso i suoi valori. Ma è lo stesso Dustin (Gaten Matarazzo) pronto a combattere per salvarli, che più volte metterà a repentaglio la sua vita pur di salvare chi ha lottato con lui.
Troviamo un Jim Hopper (David Harbour) pronto al sacrificio pur di salvare Undici (Millie Bobby Brown) e i suoi amici, pronto a tutto pur di salvare i suoi valori. E queste dinamiche, scoperte nel corso della prime stagioni, si ripete anche qui, sono stabili, crescono, ma non cambiano. Si lavora bene su quanto fatto in precedenza sulle loro caratterizzazioni e il lavoro precedente non viene perso, ma valorizzato costantemente.
Un difetto sostanziale dei personaggi è il fatto che tutti sono dotati di elementi che li portano a essere indispensabili per la missione, nessuno può essere “normale”, ma hanno tutti una caratteristica che li rende speciali, molti di questi “poteri” vengono richiamati solo nel momento del bisogno e non se ne parla mai né prima né dopo, rendendo così prevedibili determinate scelte, determinate soluzioni.
Discorso diverso lo si può fare per l’antagonista che diventa pericoloso per il gruppo solo perché si è sentito preso in giro da un gruppo di liceali. Cinque stagioni di costruzione per arrivare al cattivo finale per poi darli come motivazione per cacciare il gruppo: il sentirsi preso in giro.
Inoltre, spesso, si fatica a comprendere determinate scelte prese dai vari personaggi e molto spesso non vengono spiegate rendendole poco chiare allo spettatore.
Come i personaggi vengono valorizzati anche i vecchi legami istaurati. Vengono approfondite le dinamiche lasciate in sospeso nella quarta stagione, si spiegano e si dà valore a ciò che significa l’amicizia per i membri, si ricorda il punto di partenza e si riparte sempre da quel sentimento di amicizia che lega il gruppo.
I legami sono anch’essi mutevoli, ma mantengono come base quelle fondate nella prima stagione, agli inizi. Inoltre, rimangono compatte e coerenti le varie modifiche apportate nelle stagioni successive.
Legami che sono rafforzati da dialoghi che spesso risultano profondi e forti. Non mancano giustamente gli spiegoni tipici delle serie Netflix e quindi non manca allo spettatore più attento il sentirsi dire mille volte le stesse cose, gli stessi ragionamenti o le stesse casualità. Il che è snervante ma è diventato la prassi e bisogna farsene l’abitudine.
I dialoghi che spesso sfruttano bene il loro potenziale e lasciano il segno, altre volte i dialoghi sono semplicemente quasi un contorno poco appetibile e sono contestualizzati male o usati in momenti sbagliati della storia.
foto di: Indie Wire

Conclusione:
La stagione finale trova un suo equilibrio, ma è traballante. Spesso non riesce a colpire nel segno e rimane troppo superficiale, ma quando vuole sa essere incisiva e rimanere indelebile.
Fa strano pensare che non rivedremo più il gruppo di ragazzini che abbiamo imparato ad apprezzare in questi 9 lunghi anni, fa strano pensare che non esisteranno altre avventure nella cittadina di Hawkins, ma tutto sommato sono felice che i nostri protagonisti abbiano trovato il loro spazio nel mondo, che abbiano avuto un finale meritevole e che siano rimasti uniti nonostante tutto.
Il mio voto: 7.5.
A cura di: Alessandro Molteni
Pubblicato il: 04.01.26
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