Recensione: Le Cose Non Dette (2026)

Regia: Gabriele Muccino
Cast: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Beatrice Savagnani, Margherita Pantaleo

Trama:
Il matrimonio tra Carlo (Stefano Accorsi) e Anna (Miriam Leone) e quello dei loro amici Elisa (Carolina Crescentini) e Paolo (Claudio Santamaria), sta subendo un momento burrascoso a causa dei vari problemi che le due coppie vivono e all’entrata di una nuova ragazza nella vita di Carlo, Blu (Beatrice Savignani). Le due coppie decidono di partire per Tangeri (Marocco) per staccare dalla loro vita e ritrovare l’equilibrio, ma i loro rapporti si tendono e si rivelano le doppie vite.

Foto di: MyMovies

Introduzione:
Mentirei se non ammettessi in partenza il mio amore per Muccino e per le pellicole che ci regala (nonostante i suoi ultimi lavori non mi avessero fatto impazzire e gli avevo trovati scontati e abbastanza banali) e mentirei se non dicessi che aspettavo questo film e che quindi avevo delle aspettative abbastanza alte sul film. E ammetto con certa soddisfazione che non ho dovuto ricredermi uscito dalla sala. 

Foto di: Vanity Fair

Recensione:

Nonostante la trama dalla premessa banale e quasi da cinepanettone, Muccino riesce a creare un prodotto cupo, sporco e pieno di dramma. Scrittura un thriller dal tono quasi comico, riuscendo tuttavia a far scaturire la complessità delle bugie e articolando bene i colpi di scena. Scrittura lineare e che spesso si rende prevedibile, ma non annoia, riesce a tenere un filo teso di suspence continuo e che intrappola lo spettatore allo schermo per l’intera durata di esecuzione. La trama non cerca di allungarsi più del dovuto e punta ad arrivare in maniera diretta allo spettatore, non fa giri di parole, mette sullo schermo la storia senza troppi giri di parole. Tuttavia, la mancanza di questa tecnica narrativa fa risultare il film incompleto, come se mancasse un quadro generale (che ci viene solamente introdotto velocemente attraverso delle analessi). Nonostante il lavoro sia generalmente buono non manca la componente scontata che rende a tratti il film un cinepanettone. L’esordio (l’amante che si ritrova nella città dell’amato mentre lui è lì con la moglie) ricorda in tutto e per tutto un cinepanettone standard, ma viene salvato dalla scrittura stratificata (nonostante l’unilateralità della storia) del film.


Trama che risulta scorrevole grazie all’intreccio che crea nello spettatore un senso di tensione e di interesse verso le vicende che colpiscono i protagonisti. Nonostante il buon lavoro fatto su questo punto spesso gli eventi risultano troppo frammentati e ricostruiti su troppi punti di vista, rendendo in alcuni punti difficile seguire gli avvenimenti. 


Storia che manca di un sottotesto e quindi manca di sottotrame, rendendo il film unilaterale, non cerca mai di svilupparsi sotto altri temi oltre a quelli del tradimento e dell’amore mancato. Interessante la resa della morale, che viene messa in moto grazie a un ricongiungimento dei dialoghi che vede come argomento centrale una parola semplice per gli adulti, ma complessa per un’adolescente: alibi. L’alibi che viene usato inizialmente come domanda e in battute finali come vero e proprio espediente della narrazione.

Lato super positivo sono i diversi personaggi, che risultano interessanti e raramente scontati (se non in alcune delle loro scelte). La loro struttura, all’apparenza lineare, riscontra risvolti interessanti nelle loro evoluzioni e rende i personaggi un continuo saliscendi di emozioni. Non annoiano, ma anzi, incuriosiscono lo spettatore. Vengono resi interessanti anche grazie all’ottimo lavoro di doppie vite che il film vuole far trasparire, si è incollati alle loro scelte (sbagliate o giuste che siano) e si attende il momento dell’esplosione, ovvero quando le cose non dette verranno a galla e loro verranno messi di fronte a delle scelte morali. Il film si concentra su pochi personaggi che vengono approfonditi e resi super interessanti. 

Foto di: StyleMagazine

 

Recitazione che non risulta mai estremamente una caricatura. Riesce a colpire, a commuovere. Buono il lavoro dei singoli elementi sui personaggi con la quale sembra essersi creato un rapporto e un lavoro di interiorizzazione.

 

Lavoro ottimo in fase di regia che fa continue scelte coraggiose. Movimenti di camera magnetici che sanno portare lo spettatore direttamente dentro la pellicola. Fanno vivere le esperienze dei personaggi e sdanno incutere timore e gioia nei momenti opportuni.

Musiche magnetiche e intense, che ricordano le melodie tipiche marocchine e che lavorano bene sull’ambiente della storia.

 

Interessante e molto apprezzato il singolo di Mahmood, che riprende le melodie della pellicola di Muccino e le trasporta in un pezzo musicale e interessante e che trova nelle sue parole il punto focale dell’opera del cineasta romano. 

Conclusione:
Un lavoro super interessante che avrebbe meritato un riscontro mediatico più ampio da parte del pubblico. Muccino riesce a ingabbiare il cinema autoriale americano e a trasportarlo in un progetto italiano decisamente interessante e godibile. La trama che nella sua banalità riesce a strappare un’oscurità degna di molti thriller. Non cade mai eccessivamente in banalità e risulta scorrevole e godibile. Inoltre, i vari punti di vista danzano in maniera armoniosa all’interno del lavoro di Muccino.


Un’opera che va al di là dell’intrattenimento e riesce a risultare cupo, duro e quasi originale. Tutto è condito da musiche e scenografie che diventano complementari e aumentano la dimensione dello spazio percepita e amplificano le emozioni.

 

 

Il mio voto: 8.

 

A cura di: Alessandro Molteni

Pubblicato il: 05.04.26

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