Michael

Recensione: Michael (2026)

Regia: Antoine Fuqua

Cast: Jaafar Jackson, Miles Teller, Colman Domingo, Nia Long, Jessica Sula, Kendrick Sampson, KeiLyn Durrel Jones

 

Trama:

Il film segue la storia della pop-star Michael Jackson. Dagli esordi con i Jackson 5 seguiamo il tortuoso sentiero che lo porterà ad esser l’artista più famoso del globo. 

 

Introduzione:

Metto le mani avanti: non sono un grande ascoltatore della produzione artistica di Michael Jackson, non mi ha mai convinto e attratto più di tanto la sua musica e il suo lavoro, ma sono sempre stato affascinato dalla sua personalità e dalla sua vita, dal suo rapporto tossico con la fama e dalle difficoltà che la vita gli ha messo davanti. Tuttavia, i trailer non mi avevano colpito particolarmente e stavo per farmi sfuggire la possibilità di recensire l’ennesimo biopic su un cantautore. Mi ha convinto a fare un passo in dietro e andare in sala il successo stratosferico che il prodotto di Fuqua sta avendo attualmente al box office e le reazioni contrastanti che si sono create tra critica e pubblico. 

State tranquilli, la mia recensione non prevede lamentele sul fatto che le informazioni dispregiative e le denunce a suo carico non siano state implementate nella narrazione; non è in alcun modo un mio obbiettivo diffamare ulteriormente la salma del cantante scomparso nel 2009. Inoltre, quei fatti (indagati per 30 anni addirittura dall’FBI) si sono rivelati esser falsi; perciò, mi sembra il minimo che il film non includa tali sequenze. Bensì si lamenteranno altre mancanze gravi che rendono il film poco più di una costosa gara di cosplay. 

Recensione:

Il film aveva come premessa il voler seguire la vertiginosa carriera che la superstar ha avuto. Peccato che il film si concentra solo in minima parte su questo aspetto.

La pellicola segue la classica regola dei biopic (e in generale di una buona fetta del mercato cinematografico) ovvero la divisione in 3 atti.

 Foto di: Movieplayer

Il primo vede la nascita artistica di Michael, la seconda la depressione a seguito dell’incidente sul set dello spot pubblicitario per Pepsi e il terzo la consacrazione artistica. Parto con il dire che la trama è abbastanza lineare internamente agli atti, peccato che queste sequenze non si leghino tra di loro creando dei veri abissi tra le parti della pellicola. In particolar modo il secondo atto e il terzo non si legano per nulla. Sono due narrazioni totalmente differenti e distaccate tra di loro. 

La parte centrale, inoltre, si lega solo in minima parte con la sua precursora il che rende la narrazione troppo altalenante e debole. 

Primo atto che risulta essere il migliore dei tre ed è l’unico che segua effettivamente l’evoluzione artistica di Michael Jackson e lo fa discretamente bene. Segue in maniera lineare e senza troppi tagli l’infanzia turbolenta e alienante che la giovane star ha dovuto subire. Il peso dell’importanza che la famiglia riversava su di lui e i primi approcci al palcoscenico. Inoltre, riesce a far trasparire bene quel senso di alienamento che il bambino provava nel vedere la normalità solo attraverso la finestra di camera sua. Dona allo spettatore un quadro generale della vita di quello che sarà la futura superstar del pop. Risulta incredibilmente debole in questa parte il pretesto narrativo che porta Michael in uno studio di registrazione. Tutta la prima parte è un susseguirsi di personaggi piatti che approcciano il personaggio interpretato da Jaafar Jackson (in fase adulta) e il tutto con una velocità di successione esagerata che non permette allo spettatore di digerire le informazioni apprese.

Il ritmo di crociera risulta per tutto il film elevato, ma nei primi dieci minuti succedono troppe azioni e spesso risulta confusionario seguire in maniera umana la narrazione. Si lavora inoltre troppo poco sul processo artistico e sulle influenze musicali che permettono in primis ai Jackson 5 di identificarsi come genere musicale e in seguito che permettono a Michael di capire quale strada prendere.

 Foto di: IMDb

In quei pochi frammenti che si dedicano al progresso artistico, il film trova la sua vera essenza, lasciando trasparire la grandezza artistica del defunto cantante. Viene tralasciato tutto il vissuto al fine di gettare in pasto allo spettatore quante più canzoni possibile. Facendo ciò si tralascia tutta la difficile vita che Michael ha vissuto: le difficoltà nel gestire il carico di fama, la vita da solista, il rapporto sempre più travagliato con la famiglia, le difficoltà nell’interagire con il sesso opposto e addirittura si taglia il significato noto a tutti di determinate canzoni (Billie Jean ne è l’esempio lampante). Altra grossa pecca si cerca di nascondere quanto più possibile ogni singolo guizzo artistico che portò alla creazione di alcuni dei più grandi videoclip della storia della musica (esempio ottimale è la sequenza dedicata a Thriller). 

Della prima parte rimane più impressa l’infanzia tormentata di Michael e il difficile rapporto con il padre (sulla quale torneremo). 

 Foto di: IMDb

Secondo atto che risulta futile al fine della narrazione. Risicato al minimo e senza un vero fulcro, la parte che dovrebbe esplorare maggiormente la psiche e le difficoltà avute dallo showman di Gary (città nello stato dell’Indiana) risulta alla fine poco più di una comparsata nella totalità della narrazione. Viene tagliato tutto ciò che riguarda la difficoltà nel rapportarsi con la fama (di cui Jackson era prigioniero) e si continua a trascinarsi dietro gli errori commessi nel primo atto. Il rapporto che si complica con la famiglia si intravede solamente. Il vero problema di questa seconda parte è l’aver raschiato la parte riguardante la depressione che Jackson ha avuto a seguito dell’incidente avuto sul set dello spot pubblicitario che fece per Pepsi. Le sequenze che mostrano questo stato sono due e durano veramente poco. Inoltre, non è presente una vera evoluzione del protagonista che sembra riprendersi dalla depressione per pura magia. Non viene spiegato alcun passaggio intermedio, sembra che una mattina si svegli e tutti i suoi problemi siano spariti nell’etere. 

Terzo atto che conclude la narrazione di questo capitolo. Nonostante i diversi problemi che la trama dovrebbe arrivare a concludere in questa parte la storia rimane immobile, non si fanno passi avanti. Tutta la sequenza narrativa è concentrata sul concerto che conclude l’era Jackson 5 e apre le strade alla vera strada in solitaria di Michael. Tralasciando la scena dove annuncia la separazione dalla band con i fratelli, questa parte finale non serve a nient’altro che gettare ulteriore musica allo spettatore. Non si lega minimamente alle prime due sequenze, non risolve alcun mistero nella trama e, oltre l’introdurci il prossimo capitolo, non ha alcuna utilità narrativa.

 Foto di: MYmovies

La pellicola, come detto in partenza, gioca tutte le sue fiches sul fattore similitudini con il vero Michael. Divino oil lavoro fatto sul nipote Jaafar, che si trasforma in tutto e per tutto nello zio diventando praticamente il sosia. Inoltre, le inquadrature dei vari concerti sono la copia degli originali. Si riescono a ricreare in maniera quasi perfetta i passi che Michael era solito fare durante le sue esibizioni. Il fattore realismo è fondamentale e la pellicola punta molto forte su ciò.

 Foto di: Gazzetta

I problemi della trama purtroppo si riversano sulla stragrande maggioranza dei personaggi sceneggiati. Il grosso dilemma nella storia è l’antagonista, ovvero il padre di Michael: Joseph (Colman Domingo). Il personaggio interpretato da Domingo risulta piatto, senza caratterizzazione. Si comporta in maniera pessima con Michael perché sì. Non si dà alcuna spiegazione del motivo del suo odio per il figlio minore. La stessa dinamica prende i fratelli maggiore del giovane Jackson: nessuno ha un minimo di approfondimento e a nessuno di loro sembra esser dato il diritto di avere un legame con il fratellino. In tutta la durata di esecuzione non c’è una scena nella quale si percepisce un legame fraterno (escludendo la sequenza dell’ultimo concerto dei Jackson 5). 

Gli unici personaggi alla quale è donata della caratterizzazione sono Michael, Bill (il capo della sicurezza della popstar) e sua madre. Agli altri personaggi non è data una personalità, potrebbero non esistere e la storia comunque funzionerebbe. 

Un discorso simile lo si può estendere ai legami che si instaurano tra i personaggi. Il più problematico è sicuramente il legame tossico che Michael instaura con la figura paterna. Non si spiegano troppi passaggi che rendono debole l’organico nella quale è costruito. Lo sfaldamento tra i due è spiegato in relazione a ciò che vediamo a inizio pellicola, ma tolto questo passaggio facilmente deducibile il resto del loro rapporto non è spiegato, non ha una vera evoluzione. Si percepisce dell’odio e basta, non esiste altro oltre a ciò. Aleatorio sarebbe ripetere i diversi tagli legati alla difficoltà nel gestire il legame con la fama e la difficoltà nell’intrecciare rapporti con altre persone. 

Ricrea gli ambienti e riesce anche a ricreare le emozioni che lui voleva che le sue canzoni trasmettessero. 

Ottimo il lavoro del giovane Jaafar che riesce a impersonificare lo zio in maniera sublime. Riprende le sfaccettature dell’eccentrica personalità della popstar di Gary. Riprende le gestualità, la voce in falsetto e riesce a farlo in maniera impeccabile. Discorso che si prolunga anche a Colman Rodrigo, che dimostra nuovamente la sua grandezza attoriale.

Pecca in tal senso il doppiaggio italiano che risulta una caricatura. La voce di Michael risulta irritabile e quasi una parodia della voce del defunto cantante. 

 

Conclusione:

Nonostante il tentativo di riportare in vita Michael Jackson, il film ha degli evidenti problemi a livello di scrittura. È debole, disfunzionale e i vari atti non aiutano. Inoltre, l’aver risicato al minimo i momenti più bui del cantante fanno risultare il film solo un pretesto per mostrare solo la grandezza e mai le difficoltà. Spero che nel secondo emistichio la trama riesca a ritrovare la rotta corretta e a regalarci un sequel degno della vita dell’artista. 

Il progetto ha tutte le potenzialità per riprendersi, ma rimane comunque l’amaro in bocca per il grande potenziale sprecato in questa fase. Non fraintendetemi, probabilmente per i fan della star scomparsa nell’agosto del 2009 il film risulterà straordinario, in fin dei conti la sua musica preserva la sua magia e riesce a trasportare, ma per chi cerca un biopic su un artista la pellicola può risultare deludente.

Il mio voto: 6.  

A cura di: Alessandro Molteni

Pubblicato il: 05.05.26

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