Mahler 9 alla Scala con strumenti del 1900.

Milano, Teatro alla Scala — 9 settembre 2026

 

C'è un motivo per cui una sinfonia non è un quadro: il quadro resta lì, la sinfonia va rifatta da zero ogni volta. Ed è esattamente su questa idea che si è basata la serata del 9 settembre alla Scala, dove lo Stresa Festival, arrivato alla sua 65ª edizione, ha portato la Mahler Academy Orchestra diretta da Philipp von Steinaecker per la Sinfonia n. 9 in re maggiore di Gustav Mahler.

 

Non un'esecuzione qualsiasi. Il concerto era la prima tappa integrale dell'originalklang project 2026, il progetto con cui la Gustav Mahler Academy di Bolzano prova a riportare la Nona al suono che avrebbe potuto avere nel 1912, l'anno della prima assoluta viennese diretta da Bruno Walter. Da allora, sostiene il progetto, la sinfonia non era più stata suonata in questa forma.

 

La parte più affascinante del progetto sta a monte del concerto. Tra il 1897 e il 1907, durante la sua direzione all'Opera di Stato di Vienna, Mahler fece acquistare ex novo tutti gli strumenti a fiato dell'orchestra di corte: il carteggio relativo è conservato alla Biblioteca Nazionale Austriaca ed è stato ricostruito dagli studi di Beatrix Darmstädter.

 

Partendo da quei documenti, l'Academy e la Fondazione "Centro culturale Euregio Gustav Mahler Dobbiaco-Dolomiti" sono andate a cercare fisicamente quegli strumenti: aste, mercatini online, soffitte, magazzini dimenticati delle grandi orchestre sinfoniche. Il risultato è una collezione costruita tra il 1890 e il 1910 e radunata in un unico posto: flauti in legno di Lot e Rittershausen, i rarissimi oboi viennesi di Hajek e Stecher, clarinetti Berthold, fagotti Heckel, corni viennesi d'epoca, trombe Ullmann, tromboni Piering. E una tuba della vecchia tradizione viennese la cui diteggiatura è stata reimparata da zero, perché nessuno la usa più.

 

Poi le percussioni: timpani originali Schnellar, strumenti viennesi rimontati su supporti replicati fedelmente (dettaglio non estetico, cambia il suono), piatti di Costantinopoli, le enormi campane tubolari che Mahler cercava ovunque e che sopravvivono ancora in qualche teatro italiano, arpe Érard e Lyon & Healy costruite intorno al 1900.

 

E soprattutto gli archi: tutti su corde di budello, sotto la guida del musicologo Clive Brown, tra i massimi esperti di prassi esecutiva romantica. È la scelta che più di ogni altra ridisegna la serata. Il suono che arriva in sala è meno levigato, più magro in certi passaggi, con un attrito e una grana che l'orchestra moderna ha da tempo smussato via.

Sul palco, 45 giovani musicisti dell'Academy fondata da Claudio Abbado accanto a 55 professionisti dei migliori ensemble europei — Berliner Philharmoniker, Wiener Symphoniker, Staatskapelle Dresden, Mahler Chamber Orchestra, Filarmonica della Scala, tra gli altri. Un'orchestra costruita come un ponte tra generazioni, che è esattamente la dichiarazione d'intenti di von Steinaecker nelle sue note di programma.

 

Non posso dire di considerarmi un esperto in materia di musica classica e magari proprio per questo sono rimasto estremamaente colpito da come i musicisti che interpretano la sinfonia sembrano come trasportati da questa. Ho gia avuto il piacere di partecipare a diferse esibizioni di orchestre e bande ma in questo caso ho notato ancora di più come il gruppo sembrasse un unisono: i movimenti dei loro corpi mentre suonavano sembravano acompagnare ancora maggiormante la musica e forse facevano arrivare tutte le emozioni ancora meglio al pubblico.

 

Da sottolineare l’esibizione eccellente di Afanasy Chupin, primo violinista che non avevo mai avuto l’occasione di sentire dal vivo ma che oltre a confermarmi quanto viene detto su di lui mi ha estremamento stupito per il suo convolgimento nella sinfonia.

 

La Nona è del 1909-1910, scritta in gran parte a Dobbiaco, a un passo dalla fine. Ed è il pezzo centrale di quel trittico di congedo che si apre con Das Lied von der Erde e si chiude sul torso incompiuto della Decima.

 

Strutturalmente, Mahler torna ai quattro movimenti, senza voci, senza liederistica, ma li dispone al contrario di come te li aspetteresti: i due lenti alle estremità (Andante comodo e Adagio finale), i due rapidi al centro (il Ländler e il Rondò-Burleske). Ed è una cosa che dal vivo si sente eccome, non è solo una nota a piè di pagina da libretto: il ritorno a un impianto in quattro tempi dà alla serata una simmetria molto leggibile, con i due blocchi lenti che fanno da cornice e i due centrali che ci sbattono dentro la deformazione, la danza grottesca prima, il caos di richiami triviali e demoniaci del Rondò poi.

 

Il primo movimento è già un addio: sonorità funebri, irruzioni di ottoni e percussioni, e quelle sospensioni rarefatte dove Mahler annotava sul manoscritto la giovinezza svanita e l'amore passato. Ma la sensazione della morte, quella vera, quella che ti arriva addosso senza mediazioni, non è lì. Arriva nel finale.

 

Il secondo movimento lento, l'Adagio conclusivo, è dove il messaggio del compositore diventa immediato, quasi fisico. E la differenza è tutta nel modo in cui chiude. I primi tre tempi si chiudono di colpo, tagliati; il quarto no. Si dissolve. Si allunga, si assottiglia, perde corpo un pezzo alla volta finché non capisci più se il suono c'è ancora o se lo stai immaginando. Con le corde di budello, poi, quel svanire ha una qualità ancora più organica, meno "spenta" e più consumata. È il momento in cui la Nona smette di parlare della morte e inizia semplicemente a farla sentire.

 

Il teatro è praticamente esaurito. E alla fine, quando von Steinaecker ha finalmente abbassato le braccia dopo un silenzio che nessuno voleva rompere per primo, la Scala ha applaudito per circa sette minuti. Non applausi di cortesia: applausi da gente che aveva capito di aver sentito qualcosa che non si risente facilmente.

A cura di: Aaron Bachmann

pubblicato il: 11.09.26

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