In ricordo di Tupac: trent'anni dopo

Sono passati trent'anni dalla morte di Tupac Shakur. Proprio qualche giorno fa è arrivata la prima condanna per un caso rimasto irrisolto per decenni: la giuria di Las Vegas ha riconosciuto Duane "Keffe D" Davis colpevole di omicidio di primo grado, dopo meno di tre ore di camera di consiglio e due settimane di processo. 


Il 7 settembre 1996, a Las Vegas, Tupac Shakur venne colpito da quattro proiettili mentre l'auto su cui viaggiava, guidata da Marion "Suge" Knight, era ferma a un semaforo. L'agguato avvenne poche ore dopo un'aggressione ai danni di Orlando Anderson, membro dei Southside Crips. Il rapper morì sei giorni dopo, il 13 settembre, all'University Medical Center, a 25 anni. Il caso è rimasto irrisolto per quasi trent'anni.


In questo articolo però voglio ricordare l'artista per la sua enorme influenza nella cultura, che va molto oltre i cinque album pubblicati e i 75 milioni di dischi venduti.

Un modo di stare dentro una canzone


Tupac fu tra gli artisti che portarono con più forza durezza e fragilità dentro la stessa identità artistica: da una parte la strada, dall'altra tutto il resto. Tupac ha preso queste due situazioni e le ha messe nello stesso disco, a volte nello stesso pezzo, e ha reso normale una cosa che nel 1993 non lo era affatto — un rapper che ha paura, che si contraddice, che scrive Dear Mama e due tracce dopo qualcosa di irripetibile.


Tecnicamente non era il più forte. Rakim, Nas, Big Pun avevano una densità metrica superiore, rime interne più complesse, un controllo del flow più raffinato. La sua forza stava altrove: nella dizione scandita, nell'urgenza, nella capacità di far arrivare l'emozione prima ancora del significato.

 

Foto di: Wikipedia

Ha contribuito a spostare il criterio di valore del rap dalla tecnica pura alla presenza emotiva. È un cambiamento che si sente ancora oggi, dal cantato ferito di Drake fino a tutta la generazione emo rap.


Ha contribuito anche a cambiare anche la forma dell'album. Me Against the World non è una raccolta di singoli, (quello che oggi chiameremmo “disco playlist”): funziona come un diario, con un arco psicologico che va dalla paranoia alla tenerezza al presagio di morte (quello che oggi chiameremmo quasi “concept). Uscì mentre lui era in carcere e lo rese il primo artista a raggiungere il numero uno in classifica da detenuto. L'idea che un disco rap possa essere un percorso coerente invece di una vetrina è diventata la norma con i concept album di Kendrick, Kanye, Tyler, per non parlare dei casi nella scena italiana.

 

 

Una politica ereditata
Figlio di Afeni Shakur, militante delle Black Panther processata e assolta nel caso Panther 21 mentre era incinta di lui, Tupac ha portato nel mainstream americano un discorso su carcere, povertà nera e violenza poliziesca che non era una posa ma un'eredità familiare. THUG LIFE non era uno slogan da maglietta: era un acronimo — The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody — cioè una tesi sociale travestita da provocazione, l'idea che la violenza che una società riversa sui bambini le torni indietro moltiplicata.


Quella linea non si è interrotta. To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar, uscito nel 2015, si chiude con un finto dialogo tra Kendrick e Tupac, montato da una vecchia intervista svedese. Vent'anni dopo la sua morte, il rapper più importante della sua epoca ha sentito il bisogno di chiedergli il permesso.

Un'immagine prima di tutto


La bandana, i tatuaggi come testo, lo sguardo dritto in camera negli scatti di Chi Modu e Danny Clinch. È uno dei volti più riprodotti del secolo, arrivato su magliette in paesi che con l'hip hop americano non hanno alcun legame, ormai in gran parte staccato dal suo contenuto originario. 


Parallelamente è successa una cosa opposta e altrettanto significativa: Tupac è entrato nel canone accademico. Dal 2003 diverse università americane gli hanno dedicato corsi di poesia e studi afroamericani. Nel 2017 è stato il primo rapper solista inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. 

 

Foto di: Danny Clinch Photography

Quello che non si celebra


Parlando di Tupac però, è anche giusto citare la faida East/West di cui lui fu protagonista assoluto. Queste continue tensioni portarono a due omicidi, il suo e quello di Biggie sei mesi dopo, e a un modello di conflitto pubblico che il rap ha impiegato anni a smontare. 


E poi ci sono le contraddizioni personali. L'uomo che ha scritto Keep Ya Head Up, uno dei testi più espliciti mai scritti da un rapper sul rispetto per le donne, era anche un uomo condannato nel 1995 per abusi sessuali. Predicava pace e alimentava una guerra che poi lo avrebbe ucciso. Questa doppiezza non è un dettaglio biografico da nascondere: è diventata parte stessa dell'icona, e ha reso culturalmente accettabile l'idea del rapper come figura moralmente ambigua, da capire più che da giudicare. È forse il suo lascito più discusso, e quello che ancora oggi si riflette negli artisti attuali del genere.


A trent'anni dalla sua morte, forse è proprio questa contraddizione a spiegare perché Tupac continui a essere così presente. Non è rimasto soltanto per i dischi venduti, per la bandana o per una morte diventata leggenda, ma perché ha rappresentato contemporaneamente molte delle tensioni che attraversavano il rap e l'America di quegli anni: rabbia e vulnerabilità, coscienza politica e violenza, successo e autodistruzione.

Foto di: Britannica

A cura di: Jona Arrighi

Pubblicato il: 13.09.26

L’omicidio


La svolta nel caso arriva trent’anni dopo l'omicidio, quando Duane “Keffe D” Davis inizia a parlare pubblicamente di quanto accaduto quella notte, raccontando di essere stato nell'auto da cui partirono gli spari e descrivendo il proprio ruolo. Le sue dichiarazioni hanno permesso agli investigatori di riaprire il caso e nel 2023 Davis venne arrestato e accusato dell'omicidio. Secondo l'accusa, non fu lui a sparare a Tupac, ma fu coinvolto nell'organizzazione dell'agguato e procurò l'arma utilizzata. Il processo si è concluso il 31 agosto 2026 con la dichiarazione di colpevolezza per omicidio di primo grado.


La condanna arrivata trent'anni dopo può forse mettere un punto giudiziario alla storia della sua morte. Quella della sua influenza, invece, è ancora lontana dall'essere conclusa.

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