Ci sono testi che sembrano scritti ieri, e «Un marito ideale» di Oscar Wilde è uno di questi. Ieri sera, mercoledì 21 ottobre, la Sala Teatro del LAC ha ospitato l'ultima delle tre repliche della nuova produzione firmata da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, coprodotta dal Teatro dell'Elfo e da LAC Lugano Arte e Cultura e debuttata in prima assoluta proprio a Lugano lunedì 19 ottobre. Per la terza sera consecutiva la sala era colma, e il pubblico ne è uscito visibilmente soddisfatto.

 

Scritta nel 1895, la commedia affronta uno dei temi più cari a Wilde: la doppiezza, l'ambiguità dell'essere umano. Al centro della vicenda c'è Sir Robert Chiltern, politico stimato e marito perfetto agli occhi della moglie, Lady Gertrude. Un'immagine impeccabile che nasconde però un segreto: anni prima Chiltern ha venduto un'informazione riservata per arricchirsi, un'operazione che oggi chiameremmo senza troppi giri di parole insider trading. Di quel gesto è a conoscenza Mrs Cheveley, pronta a ricattarlo per ottenere un favore altrettanto illecito.

 

Ne nasce una trama di intrighi e ironia in cui nulla è come sembra, e in cui Wilde pone allo spettatore domande scomode: chi può dire di conoscere davvero la verità? Siamo onesti e sinceri come crediamo? Siamo sempre stati ineccepibili?

 

L'allestimento di Bruni e Frongia si muove in un tempo indefinito, sospeso tra suggestioni liberty e art déco, con un ritmo scandito da tanghi, foxtrot e charleston. Il vero filo conduttore, però, è visivo: il contrasto tra bianco e nero, che domina tanto i costumi, disegnati dallo stesso Bruni, quanto la scenografia di Carlo Sala, ispirata agli inganni ottici e all'arte cinetica.

 

È una scelta che a prima vista può sembrare minimale, ma che in scena si rivela di grande impatto. La scenografia resta essenziale, eppure ogni quadro colpisce l'occhio, e il gioco di linee e contrasti diventa esso stesso parte del racconto. Un universo che invita a non fidarsi delle apparenze e a cogliere le sfumature, perché la realtà non si lascia ridurre a un semplice dualismo: nessuno è del tutto buono o del tutto cattivo, e in ciascuno convivono zone d'ombra difficili da comprendere e ancor più da giudicare. Una scelta stilistica coraggiosa e, a giudizio di chi scrive, pienamente ripagata.

 

Per i due registi il ritorno all'autore irlandese non è un caso. «Tornare a studiare e rappresentare l'opera di Oscar Wilde è per noi un piacere e uno stimolo», affermano. «Attraverso le sue parole crediamo che gli spettatori possano sviluppare quegli anticorpi sani contro il conformismo. Le sue storie e i suoi personaggi ci guidano, infatti, nel risveglio della coscienza critica.»

 

È forse questo il merito più grande dello spettacolo: far ridere, e molto, senza mai perdere di vista la riflessione morale che attraversa il testo. Una commedia brillante e pungente che, a oltre centotrent'anni dalla sua scrittura, parla con sorprendente precisione al nostro presente.

 

Per il sottoscritto era la prima volta di fronte a una messa in scena di «Un marito ideale», e difficilmente si poteva sperare in un incontro migliore. Le circa due ore e mezza di spettacolo sono una durata perfettamente calibrata: una volta entrati nella trama, il tempo scivola via con leggerezza, tra battute fulminanti e colpi di scena. Il pubblico del LAC ha risposto con calore, e il sottoscritto non può che unirsi all'applauso.

Uno spettacolo elegante, intelligente e godibilissimo. Assolutamente promosso.

 

(testo ispirato a quanto scritto da: luganolac.ch)

 

 

Pubblicato il: 22.10.26

A cura di: Aaron Bachmann

Wilde in bianco e nero: «Un marito ideale» conquista il LAC

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